-1-
Relazione sulle scorrettezze del Restauro dell'Orologio della Torre di Piazza San Marco
|
|
Il contenuto di questa pagina è disponibile sottoforma di file pdf per una comoda consultazione off-line e per la stampa. Nel file troverete anche gli articoli apparsi sui giornali a proposito dell'argomento (aggiornati al 14 Febbraio 2001) ed un estratto dal libro di Alberto Peratoner: "L'Orologio della Torre di San Marco in Venezia. Descrizione storica e tecnica e Catalogo completo dei componenti", reperibile presso la Libreria Editrice Cafoscarina, Venezia. Cliccate su questo link per scaricare il file compresso (752 KB)
Premessa Un grave episodio di manomissione di un bene storico si è verificato a Venezia: il restauro dell'Orologio della Torre si è in realtà tradotto in una radicale e profonda trasformazione della sua meccanica, fatto inspiegabile anche per le condizioni generali dell'Orologio stesso, che richiedevano al più un intervento di restauro conservativo nel puro mantenimento dello stato a noi pervenuto. L'Orologio ha funzionato in buone condizioni - ma con qualche 'segno di stanchezza' che ne rendeva opportuno il restauro - fino al 1997, e chi affermasse il contrario pronuncerebbe un'incredibile menzogna, fosse anche (ma non è certo questo il caso presente) il più grande storico dell'orologeria vivente.
|
I
Status quaestionis
Il restauro di recente effettuato ha preteso di eliminare l'ultimo
apporto, ottocentesco, alla complessa storia dell'Orologio, e di recuperare
- arbitrariamente - lo stato immediatamente precedente, settecentesco (ma ce
n'è uno seicentesco, uno cinquecentesco, ed uno quattrocentesco).
Noi contestiamo: I) che una operazione di questo genere sia legittima, nel senso
della coerenza con il concetto odierno di restauro di un bene di patrimonio
pubblico; II) che sia filologicamente corretta, ovvero che lo stato precedente
dell'Orologio sia stato correttamente individuato e ricomposto.
I) Le trasformazioni eseguite si pongono in difformità con il criterio generale
di conservazione ormai generalmente adottato: lo stadio ottocentesco dell'Orologio
qui intaccato era comunque una preziosa testimonianza della storia della meccanica,
e il ritorno a un qualsiasi livello precedente è da ritenersi (come per qualsiasi
altro oggetto o monumento) scorretto e deprecabile, oltre ad essere inevitabilmente
arbitrario (: quale livello scegliere? E perché proprio quello e non un altro?).
Nessuno ha mai pensato di ricostruire chiese demolite nel passato e sostituite
con altri palazzi o edifici, anche quando le prime sono di gran lunga più interessanti
per la storia dell'arte, a) perché un altro 'bene' storico sarebbe comunque
perduto, b) perché quanto ricostruito sarebbe comunque un manufatto recente
(ovvero, come si dice, un "falso"). Quindi un'opera autentica, anche se più
recente, la si preferisce SEMPRE (e giustamente) ad una riproduzione non autentica
della forma più antica. c) La forma più antica andrebbe scelta tra molti livelli
possibili (ad es. la Basilica di San Marco presenta innumerevoli stratificazioni
storiche fino al XX secolo - come pensare ad una Basilica 'originale'? A quale
momento ci si dovrebbe riferire?), e piuttosto di cadere in una scelta arbitraria
e soggettiva è meglio affidarsi all'oggettività sicura della conservazione dello
stato a noi pervenuto. Quanto detto vale anche se chi sostiene la riproduzione
dello stato più antico può documentarla con certezza (Abbiamo le fotografie
antiche del veneto-bizantino Fondaco dei Turchi in Canal Grande, trasformato
nel 1858-1860 in modo non certo filologicamente corretto, ma del quale ora nessuno
sosterrebbe il "ripristino" allo stato originario). Osserviamo, infine, che
un prodotto ottocentesco non può e non deve apparire meno degno di conservazione
di altri, in quanto apparentemente 'recente': si pensi solo, per rapportarci
all'ambito di nostro diretto interesse, che l'attuale orologio della torre del
Palazzo di Westminster a Londra - il notissimo "Big Ben" - fu portato a compimento
nel 1859 con l'installazione della grande campana che prese il nome dal presidente
del comitato dei lavori sir Benjamin Hall, ovvero un anno dopo l'intervento
del De Lucia, e oggi non sussiste dubbio alcuno sull'opportunità della sua conservazione.
Le ipotesi su oggetti storici e monumentali di rilievo internazionale, di chiunque
siano o da qualunque parte provengano, possono costituire interessanti materiali
di studio, ma non dovrebbero mai concretizzarsi nella trasformazione dei beni
stessi. Tali vagheggiamenti potrebbero "scaricarsi" a sufficienza su modelli
e rappresentazioni grafiche, pubblicazioni, saggi, ecc., ma nessuno dovrebbe
arrogarsi il diritto di intervenire arbitrariamente e personalisticamente contro
il portato storico consolidato in un tempo ragguardevole (di norma sono sufficienti
50 anni di età, qui ne avremmo già 140) di un qualsiasi oggetto del patrimonio
comune. Ciò che è accaduto col 'restauro' dell'Orologio della Torre è totalmente
difforme da quanto operato generalmente, e lo sarebbe "anche se" lo storico
Giuseppe Brusa che lo ha concepito avesse ragione nelle sue ipotesi filologiche.
II) Ma Brusa non ha ragione nelle sue ipotesi, e su questo punto il sottoscritto
non chiede di essere creduto sulla fiducia, o sulla parola (come invece accade
a Brusa, il cui parere è fatto valere dalla Direzione Musei solo per il fatto
di ritenerlo uno dei "massimi esperti"), ma sulla precisa e indiscutibile scorta
dei documenti d'archivio, evidenze indipendenti dalla volontà (o fantasia) di
chiunque e che provano lo stato di fatto delle cose in modo incontrovertibile,
come potremo vedere.
II
Riepilogo storico
L'Orologio della Torre di Piazza San Marco,
nella sua configurazione precedente all'ultimo "restauro", è da considerarsi
il risultato di una serie di stratificazioni succedutesi nei cinque secoli della
sua storia:
1495-1499: L'Orologio viene costruito da Gian Paolo e Gian Carlo Rainieri di
Reggio.
1551: Restauro generale, svolto da Giuseppe Mazzoleni.
1613-1615: Restauri molteplici, ad opera di Giovan Battista Santi.
1753-1759: Rifacimento, ad opera di Bartolomeo Ferracina. Lo scappamento originario,
con bilanciere a verga, o a foliot, viene sostituito da un sistema alternativo
(scappamento ad ancora) regolato da un pendolo.
1858: Luigi De Lucia perfeziona il sistema del Tempo, con un particolare scappamento
e la sostituzione del pendolo stesso, realizzato in legno e della lunghezza
di m 4,15. Un'altra modifica di rilievo vede l'introduzione di due grandi tamburi
a pannelli per la visualizzazione di ore e minuti.
1865-1866: Complementi di restauro, ad opera di Antonio Trevisan.
1952-1953: Revisione, ad opera di Giovanni Peratoner, con rettifica del piano
di oscillazione del pendolo.
Diciamo subito che gli interventi del De Lucia (1858) si concretarono per lo più in operazioni di aggiunta o sovrapposizione di nuovi sistemi ben localizzati, talora messi in opera con un sorprendente rispetto nei confronti dell'assetto precedente.
III
Anamnesi del presente restauro
Alla fine del 1996 un nuovo restauro venne affidato alla Piaget.
In realtà si trattava solo di una sponsorizzazione, perché Giandomenico Romanelli,
direttore dei Musei Civici Veneziani, coinvolse direttamente il fabbro mantovano
Alberto Gorla (già restauratore di altri meccanismi antichi) e lo storico dell'orologeria
Giuseppe Brusa.
Costui mi rivelò esplicitamente le proprie intenzioni di eliminare lo stato
ottocentesco dell'orologio, che lo avrebbe "snaturato", e di caldeggiare un
presunto restauro filologico. La netta opposizione a questo modo di concepire
l'operazione portò in breve tempo alla mia totale estromissione dalla progettualità
del restauro, anche quale fonte di informazione sullo stato e sulle necessità
effettive dell'Orologio. Venni a sapere da altre persone coinvolte nella vicenda
che i restauratori cominciavano a riunirsi senza che io ne fossi mai avvisato.
Quando si organizzò un incontro a Ginevra, la Piaget avrebbe espresso a Romanelli
il desiderio di vedermi presente, ricevendone la risoluta opposizione, tradottasi
in "un no secco", come mi fu riferito. Intanto costui mi firmò una convenzione
per un anno di "attività" di affiancamento della mia competenza al restauro
e in cui erano comprese alcune visite ("su richiesta" della Direzione Musei)
all'officina di Gorla, a Cividale Mantovano, visite che non mi furono richieste
Mai, cosicché non vidi nulla per tutto il tempo (maggio 1997 - febbraio 1999)
in cui il meccanismo rimase fuori Venezia. Questi fatti rimangono ancora oggi
inspiegabili e, lungi dal farne una questione personale (vorrei che non si confondessero
i due piani), è per me doveroso riferirli in quanto altamente significativi
del criterio col quale si è svolta un'operazione che doveva comportare ben altre
accortezze. E' evidente, infatti, che - per motivi anche indipendenti da meriti
personali o capacità - il sottoscritto conosceva quel meccanismo meglio di chiunque
altro, per averlo seguito per più di un decennio e avervi vissuto accanto per
più di un trentennio, godendo di un patrimonio di esperienza familiare di 82
anni, e non fu gran fatica dimostrare tale competenza nel libro di recente pubblicato,
"L'Orologio della Torre di San Marco in Venezia. Descrizione storica e tecnica
e Catalogo completo dei componenti", Venezia, Cafoscarina, 2000.
| Brusa e Gorla volevano dapprima sostituire il quadrante settecentesco con una ipotetica - e contestabilissima - ricostruzione del più complesso quadrante astronomico dei Rainieri (ma pare addirittura che i fregi dei segni zodiacali siano quelli originali). |
Dettaglio dei fregi con le constellazioni. |
Da questa immagine si può dedurre
l'inconsistenza delle affermazioni di Brusa e Romanelli riguardo l'incompatibilità
delle 'tàmbure' a pannelli (per la visualizzazione di ore e minuti)
col meccanismo di uscita dei Re Magi. La grande ruota su cui vengono
montati gli automi non e' stata affatto rimossa. E' dunque evidente
che gli apparati rotanti si sovrapposero al meccanismo dei Re Magi senza
bisogno di rimuoverlo o eliminarlo. Si può inoltre osservare il sovrastante
sistema di leve che permette la periodica rimozione degli apparati stessi,
in occasione del ripristino della processione. |
Quando la Direzione Musei Civici (G. Romanelli) fece loro
capire che ciò non era possibile, allora i due si accanirono contro le due
grandi tàmbure a pannelli numerici, giocando sull'equivoco che si erano
"sostituite" al meccanismo della processione dei Re Magi, e che ne avevano
comportato la "rimozione" (cosa che ancora Romanelli ha avuto - contro ogni
evidenza - il coraggio di sostenere sul Gazzettino del 25 agosto 2000) sopprimendolo
con la loro ingombrante presenza. In un breve colloquio avuto con me Brusa
commentò, il 24 gennaio 1996, "... e poi sono proprio brutte!" Criterio
altamente 'scientifico' di valutazione. Al contrario, ho ampiamente dimostrato nel mio libro come l'interesse dell'intervento del De Lucia consista proprio nell'abilità di aver posto le due funzioni in "dialogo", grazie a ingegnosi accorgimenti che permettevano di attivarle alternativamente. Per anni io stesso potei compiere queste operazioni di dislocazione alternativa delle parti, in occasione delle periodiche uscite dei Re Magi. Per anni le avevano compiute i miei predecessori. |
| Quando fu deciso che anche la rimozione definitiva delle grandi tàmbure non sarebbe stata accolta, Brusa concentrò il proprio interesse sul pendolo e lo scappamento, nonché sullo spostamento delle corse dei pesi al di sotto del castello del meccanismo centrale, con la conseguente perdita dello sviluppo verticale che sfruttava l'altezza della Torre. Questa volta l'idea passò, forse perché non interessava in nulla le componenti esterne e quindi visibili dell'Orologio, e le istituzioni si sarebbero comodamente rifugiate dietro le apparenze e all'illusione che, salva l'estetica della Torre, il resto erano beghe comprensibili a pochi specialisti e che potevano protrarsi all'infinito senza che alcuno riuscisse ad averne ragione. Nel 1998, mentre la campagna stampa continua a parlare di restauro conservativo, l'Orologio, smontato e trasportato in un laboratorio di Mantova, viene profondamente trasformato: a) il pendolo viene cambiato di posto e portato dal lato opposto del castello centrale (Nord), lontano dal settore del 'Tempo' (Sud), oltre i settori di alloggiamento delle sonerie. b) viene sostituito con uno più corto di circa la metà (da m 4.15 a 1.90), dotato di una sospensione a molla (il precedente era sorretto da una sospensione a lama). c) il nuovo pendolo viene posto in corrispondenza della barra di guida pendente solidale ad un asse che attraversa tutto il castello per portare - come dicevamo - il movimento dal lato opposto, mentre il pendolo precedente era collocato lateralmente e mosso da un braccio orizzontale, snodato nei punti di congiunzione alla barra di guida verticale e al pendolo. d) in conseguenza al mutato periodo di oscillazione (da 2" a 1",36) viene completamente ricostruito lo scappamento (realizzato ex novo, ma sempre nel sistema a caviglie) con la sua demoltiplica. Così il cuore dell'orologio, la parte più vitale e qualificante dell'intero meccanismo con il suo bel pendolo di 4 metri è perduto nella sua funzione. | Visibile qui il nuovo pendolo di m. 1.90, dotato di
sospensione a molla e collocato sul lato Nord del castello centrale,
lontano dal settore del Tempo, oltre i settori di alloggiamento delle
sonerie. Si noti la divaricazione del pendolo in prossimità dell'asse
in uscita per la trasmissione del moto al quadrante Nord (verso le Mercerie),
che Gorla si è trovato costretto a fare nel costruire il nuovo pendolo. |
| I ruotismi del sistema del Tempo quali rimasero fino allo
smontaggio, ovvero con lo scappamento del De Lucia (1858). Cliccare sull'immagine per vederne una versione ingrandita. |
Romanelli, che ritenne questi appena "aggiustamenti" trascurabili,
ebbe a dire: "niente sarà perduto: verrà museificato", aggiungendo che queste
operazioni erano state concepite nella completa reversibilità, quale condizione
richiesta dalla Soprintendenza.
In Soprintendenza esclusero del tutto che si trattasse di un recupero filologico
retrospettivo, dicendomi che altrimenti non sarebbe passato. Quelle scelte erano
state presentate come "necessità tecniche" e migliorie. Per quanto riguarda
la supposta 'necessità', è palese e noto a tutti che l'Orologio funzionava fino
al 1997.
Assurdo anche parlare di "miglioramenti tecnici", perché allo stato attuale
delle conoscenze qualsiasi tipo di meccanismo antico è passibile di un qualche
miglioramento, e di fatto non lo si esegue, perché, se pure di gran lunga superate
nella concezione, tutte le meccaniche storiche conservano un valore intrinseco
per la storia dell'orologeria, e se queste sono funzionanti, come nel nostro
caso, a maggior ragione vanno conservate come funzionanti. Era sufficiente rettificare
le parti usurate per garantire un lungo funzionamento con una buona precisione
(e a costi di gran lunga inferiori), perché di fatto è in questa forma che l'orologio
ha egregiamente funzionato per centoquarant'anni e nessun miglioramento è sostenibile
come indispensabile. Nessuno ha infatti mai pensato di "migliorare" i meccanismi
delle monumentali pendole della Reggia di Versailles per renderle ancor più
precise e stabili, o perché non corrispondevano al gusto filologico del restauratore,
come nessuno si è mai sognato di 'mettere a fuoco' le opere degli Impressionisti.
Il primo febbraio 1999 l'Orologio, così trasformato, è stato rimontato a Palazzo
Ducale e presentato alla stampa, in attesa della conclusione dei lavori strutturali
alle parti murarie della Torre.
In realtà, molte affermazioni dello stesso Brusa, riscontrabili nel breve scritto
presentato in quell'occasione, manifestano apertamente la volontà di operare
un ripristino filologico retrospettivo, pesantemente irrispettoso di una meccanica
di indubbio valore storico.
Va notato che la lettera al "Gazzettino" di Romanelli (25 agosto 2000) fa pensare
ancor più esplicitamente ad un "ripristino filologico", in quanto parla assai
male del restauro ottocentesco, come di un'operazione che avrebbe radicalmente
stravolto la concezione stessa dell'Orologio e "la sua filosofia", ma questo
non è vero, ed è dimostrato dai documenti d'archivio nella maniera più evidente
e incontestabile.
Va detto che il restauro eseguito è di fatto reversibile, e si è ancora in tempo
per intervenire in tal senso.
IV
Inconsistenza dell'appello al principio di autorità e delle stesse ragioni 'filologiche'
sinora addotte a sostegno del restauro
Di fronte alle denunce apparse sul Gazzettino (22 agosto) e
La Nuova Venezia (12 settembre), G. Romanelli, resosi responsabile dell'appoggio
dato alle scelte di Brusa, non ha fatto che opporre il principio di autorità
scientifica: "ci siamo rivolti ai migliori specialisti", principio che, da sé
solo, lascia troppo margine ad una fallibilissima soggettività. Ma è interessante,
a questo punto, osservare che le pubblicazioni sinora apparse di Giuseppe Brusa
rivelano una conoscenza assai superficiale - quando non addirittura erronea
- dell'Orologio della Torre di piazza San Marco.
Nel suo volume "L'arte dell'orologeria in Europa", Bramante ed., 1978, troviamo
ad esempio scritto della "torre delle hore in Piazza San Marco, che è innanzitutto
e appunto un orologio, con lo spettacolare quadrante e con i campanari automatici."
(pag. 11). Al di là dell'amenità tortuosa della descrizione, 'torre delle hore'
è un appellativo che non compare nei documenti a noi noti, e comunque non fu
il modo più frequente e 'classico' di designarla anticamente.
Più avanti, nello stesso volume, Brusa afferma: "purtroppo nel quadrante e nella
meccanica è stato sostanzialmente modificato fin dalla metà del XVIII secolo,
da Bartolomeo Ferracina, ottimo orologiaio ma pessimo restauratore. Non è facile
stabilire quanto è rimasto di originale a parte la struttura muraria e i celebri
Mori" (pag. 40). Non è facile stabilirlo? Basta sapere che il Ferracina ebbe
indietro la vecchia macchina al completo, che gli fu conteggiata a peso dei
metalli riciclati e detratta dal compenso in denaro per il lavoro svolto. Assurdo,
poi, esprimere un giudizio sul Ferracina "restauratore": Bartolomeo Ferracina
non fu un "pessimo restauratore", semplicemente perché non fu affatto un restauratore:
nel 1757 fu pagato dalla Procuratia de Supra per ricostruire integralmente l'Orologio,
esclusa la processione dei Re Magi, sulla quale interverrà più tardi.
Ancora: "Originariamente, sopra la mostra verso la Piazza, una processione di
Angeli e Magi allo scoccare dell'ora sfilava innanzi alla Madonna con il Bambino
in bronzo dorato" (pag. 40). Originariamente? In realtà la processione dei Re
Magi continuava a funzionare, per la Solennità dell'Ascensione, in maggio, e
per l'Epifania, venendo appositamente predisposta dai responsabili alla manutenzione
e costituendo un notevole fattore di richiamo per molti, anche negli anni in
cui Brusa scriveva il suo libro. Avvilente, poi, la descrizione "una processione
di Angeli e Magi", quando si trattò sempre delle statue semoventi di tre Re
Magi, preceduti da un angelo con tromba.
| La processione dei Re Magi preceduti dall'Angelo attorno alla statua della Vergine Maria, quale continuò a svolgersi due volte l'anno fino al maggio 1997. Secondo Romanelli, invece, l'intervento del 1858 "obbligò, come è noto, a rimuovere la 'giostra' con la processione dei Re Magi e dell'Angelo e a mutare l'assetto complessivo dell'orologio ..." (lettera al "Gazzettino", 25 agosto 2000). Curioso, questo inciso "come è noto", divertente omaggio alla memoria delle folle di veneziani e turisti che affollavano regolarmente Piazza San Marco nei periodi di uscita dei Re Magi, allo scoccare dell'ora. |
Brusa conclude il discorso, che per gli altri aspetti rimane
sempre in superficie e non entra mai in profondità nell'analisi delle specifiche
del meccanismo, scrivendo: "Forse questo è il più antico esempio rimasto di
un orologio da edificio con quadranti visibili da punti diversi, come poi divenne
frequente su campanili e su torri." (p. 41). Proprio lui, storico dell'orologeria,
si dimentica così del più antico e notissimo orologio della torre di Rouen,
eretta nel 1389.
Aggiungeremo, per questo libro, che Brusa stesso ammette la rarità dei pendoli
aventi periodo di due secondi, ovvero di quei pendoli di cui si è preso la libertà
di congedarne uno dal funzionamento: "Pendoli da due secondi, lunghi circa mm
3975, o ancora più lenti e più lunghi sono rari e si ritrovano in esemplari
astronomici e da edificio" (p. 460).
Ma non basta. L'opuscolo distribuito alla stampa il giorno della presentazione
dell'Orologio restaurato (1 febbraio 1999, a Palazzo Ducale), contiene altre
e più significative inesattezze. Più significative, in quanto Brusa aveva potuto,
nel frattempo, concentrarsi sullo studio di questo particolare Orologio, fatto
che, evidentemente, non gli fu sufficiente a superare quella superficialità
già un tempo dimostrata. L'opuscolo si intitola Restauro dell'Orologio della
Torre, e contiene un capitoletto di 4 pagine di Giuseppe Brusa, dal titolo "1499-1999.
Il restauro della meccanica e il ripristino delle funzioni dell'Orologio di
Piazza San Marco" (pp. 28-31).
Parlando della tanto odiata coppia delle
tàmbure a pannelli numerici di ore e minuti introdotta dal De Lucia
(1858), Brusa afferma che "l'apparato, mosso da una sua macchina, richiedeva
ovviamente di essere collegato e sincronizzato con il treno principale
dell'orologio, con la conseguenza di interferire in qualche misura con
il funzionamento in generale e particolarmente con la precisione" (p.
29). Ora, sarebbe bello capire il senso di questa distinzione, tra un'interferenza
in generale, e quella sulla precisione. Quanto alla seconda, vedremo
a cosa allude Brusa, esagerando la portata di questa 'interferenza'
per giustificare un intervento anche su questo aspetto. Brusa continua:
"Il De Lucia goffamente sovrappose il rudimentale movimento del nuovo
apparato alla struttura ferraciniana e ritenne pertanto di eliminare
la trasmissione dell'indicazione dell'ora sul quadrante verso le Mercerie
per alleggerire il treno del tempo e di rinunciare inoltre alla suoneria
della 'meridiana' per ridurre l'ingombro complessivo" (p. 29). |
Schema del castello centrale. La soneria dei 132 colpi
ha la sua precisa collocazione nel settore sinistro e, visibilmente,
non si frappone ad alcunché. Per Brusa, invece, sarebbe stata disattivata
"per ridurre l'ingombro complessivo". Ma il suo "ingombro" non è altro
che quello del castello stesso! Lasciamo al buon senso dei lettori ogni
commento supplementare. |
Brusa prosegue: "Ambì peraltro a dimostrare la sua competenza
in fatto di orologeria tradizionale e ciò finì per comportare un radicale stravolgimento
della meccanica ferraciniana". L'intervento di De Lucia in realtà non fu tale
da giustificare queste affermazioni; qui invece è da vedersi una vera e propria
proiezione, e tali parole si adattano perfettamente a quanto fatto da Brusa
e Gorla.
La descrizione passa ora al punto nodale della questione: "Discutibilissima
l'idea di sostituire il pendolo originale con un altro voluminosissimo, con
oscillazioni della durata di due secondi, lungo 410 centimetri, con l'intento
di ottenere una maggiore affidabilità delle oscillazioni e una migliore isocronia.
Per mancanza di spazio infatti un tale pendolo non poteva essere collocato a
tergo dell'orologio, come il precedente, e si rese quindi inevitabile il disporlo
frontalmente. Per evitare che interferisse con il pignone che trasmetteva il
moto ai ruotismi del quadrante, fu necessario spostare lateralmente la nuova
sospensione e ciò richiese più di una soluzione sperimentale, come emerso recentemente.
Il rapporto degli ingranaggi dovette essere modificato in conseguenza". (p.
29). Ora, è chiaramente e incontrovertibilmente dimostrato dai documenti e disegni
d'archivio, nonché dal numero di oscillazioni riferite in un libro coevo sulla
Torre, che il pendolo non fu allungato di molto, e che si trovava nella medesima
posizione di quello del De Lucia.
E' evidente che Brusa parte da un presupposto, anzi da due (uno esplicito ed
uno implicito), e dietro a questi si obbliga ad una catena di conseguenze che
rendono il tutto una costruzione di pura fantasia e palesemente falsa. I presupposti
di partenza sono: a) De Lucia ha sostituito il vecchio pendolo con uno molto
più grande, e b) il pendolo doveva trovarsi in corrispondenza dell'asse dell'ancora,
direttamente guidato dalla forchetta a questo solidale, e quindi dietro al meccanismo
(lato Nord). Conseguenze: I) il pendolo, raddoppiato a 4 metri, non poteva più
mantenere la posizione di prima, e doveva essere portato 'frontalmente' (lato
Sud), dove si trovava recentemente; II) ma da questo lato, la posizione centrale
in corrispondenza dell'asse dell'ancora era occupata dall'asse in uscita dalla
ruota motrice del sistema del "Tempo", deputato a trasmettere il moto al quadrante
astronomico, per cui De Lucia dovette spostare il pendolo lateralmente, e si
rese necessario il suo collegamento mediante un braccio orizzontale di trasmissione;
III) si rese pure necessaria la perforazione del solaio, a motivo della lunghezza
del pendolo.
| Tale fantasiosa costruzione poggia su inutili complicazioni e si sgonfia del tutto una volta dimostrata l'esistenza del braccio di trasmissione prima dell'intervento del De Lucia (1858), come dimostra il disegno del 1856 da me pubblicato nel volume sull'Orologio. |
A riprova dell'originaria posizione del pendolo e dell'esistenza dell'asta trasversale PRECEDENTEMENTE al restauro del De Lucia (1858), abbiamo il disegno tratto dalla Relazione tecnica di Annibale Marini e Giovanni Doria (22 luglio 1856). Si distingue chiaramente il braccio di trasmissione del moto al Pendolo che, come se non bastasse, è pure descritto nella Relazione stessa come "braccio orizzontale che fa muovere il pendolo" (Archivio Storico Comunale alla Celestia, 1855-1859, III / 5 / 6 - Lavori Restauro Torre). |
Molto più semplice pensare, del resto, che il pendolo
fosse sempre stato in prossimità del settore di alloggiamento del tempo, come
è più logico e naturale per qualsiasi orologio, e che nella stessa posizione
l'avesse lasciato il De Lucia. E' pretestuoso, inoltre, il passaggio I, in quanto
nulla avrebbe impedito (strutturalmente, si intende - sono vissuto per oltre
30 anni nella Torre, per poterlo dire) la perforazione del solaio nella posizione
retrostante (lato Nord), se mai il pendolo si fosse in origine trovato lì. E'
pretestuoso pure il passaggio II, in quanto anche dal lato opposto si sarebbe
verificato lo stesso problema, e di fatto Gorla si è trovato per questo motivo
costretto a divaricare l'asta del pendolo da lui fabbricato, trovandosi a interferire
inevitabilmente con l'asse in uscita per la trasmissione del moto al quadrante
Nord. La realtà è che, a Nord o a Sud, la posizione centrale del pendolo era
comunque non praticabile, per la presenza degli assi di trasmissione a entrambi
i quadranti. Si veda, ad ogni modo, la sintesi conclusiva per punti, dove la
continuità di posizione del pendolo è un fatto dimostrato, e non avanzato come
mera ipotesi contro ipotesi.
A questo punto Brusa afferma che "a riprova dell'inadeguatezza
dell'operato, va rilevata l'erroneità con cui il nuovo apparato fu sincronizzato
al treno del tempo: incredibilmente infatti il nuovo movimento fu connesso a
quel cruciale elemento che è costituito dalla ruota di scappamento" (pp. 29-30).
E' una grossolana semplificazione, questa, e mira
a sopravvalutare l'interferenza meccanica per screditare l'intervento del De
Lucia, e autorizzarsi a sovvertirne l'operato. L'asse della ruota di scappamento,
in realtà, terminava (prima dell'ultimo restauro), oltre il ponte, con un ruotino
che muoveva un altro ruotino avente periodo di 5' dotato di caviglia; il passaggio
di quest'ultima in prossimità di una piccola leva pendente causava lo scatto
del sistema dei numeri automatici, sovrapposto dal De Lucia al castello centrale.
Sebbene questo collegamento non fosse, in effetti, ineccepibile nella concezione,
nondimeno non costituì mai un problema agli effetti della precisione dell'Orologio
o della regolarità del moto. Anche questo - a maggior ragione per la sua particolarità
- andava conservato quale testimonianza di una soluzione meccanica storicamente
determinata. Più avanti, Brusa gioisce del: "ripristino della suoneria della
'meridiana', sia quello dell'indicazione dell'ora sul quadrante verso le Mercerie,
ingiustificatamente dismesse e indubbiamente degne di essere riattivate" (p.
30). Ora, passi per la prima (che non ha senso comunque dire che fu ingiustificatamente
dismessa, in quanto corrispose soltanto ad una scelta politica imposta dall'autorità
comunale), ma l'indicazione dell'ora sul quadrante Nord (Mercerie) rimase attiva
fino al 1997, e qui Brusa si ostina ancora in un rozzo errore, indegno di qualsiasi
passante della strada che poteva osservare semplicemente il funzionamento 'de
facto', sul quale ci siamo già poc'anzi pronunciati.
Sulla scorta di questa convinzione, Brusa scrive che "è stato predisposto il
prolungamento dell'albero che - a installazione definitiva avvenuta - trasmetterà
il moto al quadrante verso le Mercerie", ma l'albero esisteva in tutta la sua
lunghezza e trasmetteva il moto al suddetto quadrante, ed è assai stupefacente
un'affermazione di questo genere, che non tiene conto neppure delle parti esistenti
e funzionanti, da me stesso catalogate.
Più avanti affiora un altro particolare: "Alberto Gorla ha introdotto con discrezione nel contesto meccanico ferraciniano un dispositivo di svincolo che faciliterà la rimessa a punto delle indicazioni, (...)". Curiosa accezione di "discrezione": Gorla ha aggiunto due rozzi dischi in metallo dal bordo perforato alle ruote di sviluppo, sciogliendo la solidalità di queste ai rispettivi assi. Quel che è peggio, il medesimo ha eseguito una perforazione su un raggio di ciascuna di dette ruote, in modo da vincolarle nella posizione voluta mediante uno dei fori dei dischi aggiunti, mentre si poteva adottare un congegno a morsa più rispettoso delle eleganti ed antiche ruote. Di fronte a una tale "discrezione" verbalmente ostentata e così coerentemente dimostrata, vorremmo far loro notare che, talvolta, a tacere si fa una più bella figura.
Le paginette di Brusa si concludono con una velata ammissione:
"Anche la macchina che muove la giostra con la Processione dei Magi è stata
restaurata, ma il progetto di disimpegnare i tamburi con le indicazioni digitali
per agevolare la periodicità della Processione non ha potuto essere ammesso
in quanto è parso innovazione troppo rilevante nelle circostanze". Trapela qui
il rammarico di Brusa di non aver potuto completamente far piazza pulita dello
stato ottocentesco risalente al De Lucia, e con ciò l'ammissione che, se fosse
stato possibile, quegli apparati, loro, li avrebbero disinvoltamente eliminati.
Nel successivo articolo apparso su "La Voce di Hora" (n. 6 - giugno 1999, "Il
ripristino dell'orologio di Venezia e le testimonianze di un capolavoro perduto:
il suo spettacolare quadrante planetario", pp. 3-28, dopo una serie di considerazioni
ipotetiche non prive di un qualche interesse sull'antico stato del quadrante
(pp. 5ss) Brusa ricalca in gran parte le erronee affermazioni dell'opuscoletto
emesso in occasione del restauro, per cui ritroviamo, oltre alle discutibili
espressioni già citate e alle implicazioni causa-effetto trattate sopra, le
stesse insostenibili assurdità circa l'eliminazione della "trasmissione dell'indicazione
dell'ora sul quadrante verso le Mercerie" nel 1858, che invece continuò a funzionare
fino al 1997, e la disattivazione della soneria dei 132 colpi, sempre attribuita
al 1858, ma in realtà avvenuta nel 1914 (p. 22).
V
Il risultato complessivo del restauro quale compromesso incoerente e disomogeneo
Nell'articolo appena citato, Brusa ha il coraggio di sostenere
che l'intervento è stato effettuato "nell'ambito della normativa e nel rispetto
delle esigenze della cultura antiquaria maturata all'epoca del De Lucia ad oggi"
(p. 23). Ricordiamo qui che sempre Brusa è presidente di un'associazione (Hora
- Associazione Italiana Cultori di Orologeria Antica) il cui codice etico impegna
i Soci ad adoperarsi "per rispettare e preservare l'originalità di ogni oggetto
di valore significativo per la storia dell'orologeria (orologi e loro parti,
macchine utensili, documenti di qualsiasi tipo, fotografie, ecc.)" (cfr. "La
Voce di Hora", n. 1, dicembre 1995, p. 77).
Il vagheggiato ripristino dello stato "ferraciniano" dell'Orologio si è in realtà
tradotto in uno zuppone di compromessi col risultato della coesistenza di elementi
del tutto eterogenei per tipologia, fattura, materiali ed epoca rappresentata.
Cominciamo dal pendolo, che vorrebbe riprodurre, almeno nella posizione, l'opera
ferraciniana, settecentesca: in realtà, quanto a fattura, presenta elementi
di concezione ben più recente, quali il sistema di regolazione della lente,
il congegno di inserimento della forchetta mediana di guida e la stessa divaricazione
dell'asta di cui si è già parlato. Notiamo che la lente del pendolo, che per
fattura e rifinitura non regge il minimo confronto con la ben più elegante lente
del pendolo del De Lucia, reca - impresse a punzone - lettere e numeri che formano
l'iscrizione "Alberto Gorla / 1998". Lo scappamento, visto l'intento del recupero
dello stato ferraciniano, per coerenza doveva essere ricostruito nel sistema
a denti di sega, quale appare chiaramente in un disegno del 1856. Rimaniamo,
invece, "stupiti" nel vedere un nuovo scappamento ricostruito sempre nel sistema
a caviglie, in una forma simile a quella del De Lucia, ma la cui ancora potrebbe
trovare degno alloggio - per tipologia e fattura - soltanto in un orologio contemporaneo
e le caviglie dello scappamento sono fissate con dadi esagonali ciechi (!).
Quanto alle "tàmbure" dei numeri automatici, essendo stata scelta la loro conservazione
"in situ" e scartata la loro rimozione tanto caldeggiata dallo zelo filologico
di Brusa, doveva cadere del tutto anche il discorso del ripristino filologico
nel suo insieme: se non è possibile tornare in tutto e coerentemente allo stato
precedente, è quanto mai assurdo farne tornare solo alcune parti. Ecco invece,
a riprova del risultato-patchwork ottenuto, la sovrapposizione del castelletto
aggiunto di azionamento dei numeri automatici, per giunta sollevato più in alto
da una specie di cavalletto interposto di nuova fabbricazione per toglierne
l'interferenza con il nuovo asse che trasmette irrazionalmente il moto al nuovo
pendolo dalla parte opposta del castello centrale. Se procediamo oltre, troveremo
ancora l'inutile sostituzione degli ingranaggi ottocenteschi (perfettamente
funzionanti) di trasmissione del moto ai quadranti, costruiti ex novo, e per
quanto riguarda il lato Sud in forme stupefacenti e non certo settecentesche;
né sarà possibile tacere la "pesantezza" degli apparati frontali che hanno letteralmente
sfigurato il lato meridionale del castello e dove sono stati inspiegabilmente
riportati i comandi delle leve di azionamento delle sonerie dei Mori, ricostruiti
in forme che, spero, neppure Brusa vorrà far passare per settecentesche. Tali
comandi esistevano, erano perfettamente funzionanti, come tante altre cose gratuitamente
trasformate, erano posizionati sul lato interno del settore di alloggiamento
del tempo, presso la ruota motrice dalla quale - com'era più semplice e naturale
- prendevano lo scatto grazie alle due caviglie fissate ai raggi della stessa,
e non c'è ragione di averli dislocati e ricostruiti sul lato esterno, con l'esito
di inutili complicazioni estranee alla linearità ed essenzialità dell'impianto
ferraciniano, impianto al quale quei comandi appartenevano! E dopo tutto ciò
Romanelli viene a dirci che i "radicali interventi ottocenteschi del De Lucia
mutarono in termini molto significativi la macchina settecentesca, la sua filosofia,
il suo funzionamento" (lettera al Gazzettino, 25 agosto 2000).
Ci asteniamo, per il momento, in attesa di capire cosa accadrà alle corse dei pesi e al sistema dei rinvii dei cavi, di trattare l'argomento della 'motorizzazione' delle cariche, non deducibile da quanto esposto a Palazzo Ducale. Se fosse vero quanto udimmo all'epoca dello smontaggio sull'idea di una dislocazione dei pesi al di sotto del castello centrale, con la conseguente perdita del significato della verticalità della Torre da cui l'Orologio prendeva maggiore autonomia e la riduzione della caduta dei pesi a poco più di un paio di metri, ci troveremmo ad un'altra colossale incongruenza, ad un'altra perdita di una funzione ferraciniana in componenti quali le pulegge lignee sommitali che rimarrebbero allora inutilizzate, e il tanto decantato ripristino filologico si rivelerebbe fatuo e pretestuoso. Di fronte alle mie perplessità su quest'ultimo punto, Brusa mi rispose telefonicamente il 21 maggio 1997 che la mia idea di restauro strettamente conservativo non avrebbe portato a "scelte coraggiose".
VI
Sintesi conclusiva per punti
a) Il restauro doveva essere un restauro conservativo. Così
è generalmente per tutti i beni culturali, storici, artistici, ecc. Così non
è stato, e la cosa sembra incredibile perché ultimamente le Soprintendenze si
sono dimostrate al limite dell'ossessivo nel salvare anche i brandelli più insignificanti:
si pensi solo al campo edilizio o agli oggetti del cosiddetto "arredo urbano".
b) Questa trasformazione poteva essere avanzata come necessità, ma in senso
forte, però: o si cambiano i connotati all'Orologio, o non funzionerà più. Ma
ciò è insostenibile, in quanto tutti sanno che funzionava, e pure bene, fino
allo smontaggio.
c) Si potrebbe parlare più sensatamente di miglioramento tecnico, per conferire
maggior precisione, ma (ammesso che di miglioramento si tratti) una cosa di
tal genere dovrebbe passare in secondo piano di fronte alla conservazione di
un orologio antico che documenta una fase importante della storia della meccanica:
di fronte alla salvaguardia di un bene dei secoli passati non è sostenibile
la sua perfettibilità.
d) Resterebbe l'invocazione di un'operazione 'filologica', che consisterebbe
nel recupero di uno stato precedente, in questo caso, all'intervento del De
Lucia del 1858. Questa era in realtà l'intenzione: cancellare le tracce del
restauro ottocentesco, per sovrapporne un altro, arbitrario, e comunque di nuova
fabbricazione. Il 'filologico' consisterebbe nella presunzione di aver stabilito
che il pendolo precedente (B. Ferracina, 1757-59) era dalla parte opposta (lato
N) rispetto a quello realizzato da De Lucia (1858, lato S), e più corto: almeno
la metà ! (del resto, in quel posto, di 4 metri non ci sarebbe stato). Ma
d1) N. Erizzo, appena 2 anni dopo (1860), parla di un cambio di 1800 oscillazioni
/ h contro le 1828 del pendolo precedente. Ne risulta un periodo di oscillazione
di 2 secondi esatti contro 1,969365429 secondi del pendolo precedente. Quindi
la differenza di lunghezza era veramente minima, valutabile in pochi centimetri,
e il pendolo era comunque intorno ai 4 metri [cfr. il mio libro, pag. 37].
d2) Il pendolo, nell'ipotesi di Brusa (e di fatto, come è stato ricostruito)
si sarebbe trovato in asse con il perno dell'ancora, quindi senza necessità
di essere mosso da un braccio trasversale come quello che lo 'spingeva' di lato
nell'ultima configurazione. E invece eccoti bel bello un rapporto tecnico di
G. Doria e A. Marini, steso due anni prima del restauro di De Lucia, con tanto
di disegno del pendolo col suo braccio trasversale (Archivio alla Celestia).
E' naturale concludere, con la massima evidenza, che il pendolo è sempre stato
lì. [cfr. il mio libro, pag. 38, e tavola IV a pag. 39]
d3) Ancora l'Erizzo, parlando dei lavori del 1858, afferma che De Lucia aggiunse
un congegno "al" braccio trasversale, ma se si aggiunge qualcosa "a" un determinato
organo meccanico, vuol dire che quell'organo esiste già. [cfr. pag. 38 del mio
libro]
| d4) Esiste il sostegno della sospensione del pendolo, pezzo che non si trovava più in opera dal 1952, ma è riconoscibilissimo nella sua funzione e, cosa più importante, collima esattamente con la posizione in cui il pendolo si è sempre trovato. Il pezzo, per fattura, è assimilabile al resto delle parti statiche dell'Orologio, e quindi è ferraciniano. [cfr. pag. 37, in basso, del mio libro] |
Il sostegno ferraciniano della sospensione
del pendolo. |
d5) Sebastiano Cadel, responsabile dei lavori per la parte edilizia, stende a conclusione di tutto un dettagliatissimo rapporto su quanto eseguito. Nessuna menzione ad una perforazione del solaio (il 'buco' nel soffitto della saletta sottostante, per intenderci), che si sarebbe resa necessaria se il pendolo avesse in quell'epoca assunto dimensioni così ragguardevoli. Non è pensabile neppure una dimenticanza, dato il dettaglio minutissimo di quel rapporto. [cfr. pag. 41 del libro]
|
La lente del Pendolo protetta dalla
vetrina nell'ambiente al I piano della Torre nella posizione precedente
all'intervento di metà Novecento. |
d6) Si confronti questo stato con la fotografia che vede il pendolo oscillare nel locale sottostante [da me riprodotta a pag. 40, tav. V, cfr. pagg. 41-42]. |
e) L'operazione effettuata, al di là delle velleità "filologiche", lungi dal recuperare in modo coerente un livello storico determinato si è tradotta in un coacervo di ridicoli compromessi che hanno portato alla coesistenza di elementi del tutto eterogenei, quali un castello del '700, un pendolo del '900 in una impossibile forma e posizione del '700, uno scappamento del '900 ricostruito ancora sulla forma di quello dell'800 che pure si è voluto eliminare, tre impianti di soneria del '700, un sistema di segnalazione ore-minuti dell'800, il comando dei suoi scatti del '900, ecc., addirittura la soppressione di un apparato settecentesco come quello delle leve di azionamento delle sonerie dei Mori. Verrebbe da pensare che la recente moda di identificazione di Venezia col Carnevale, nei suoi effetti totalizzanti abbia proiettato anche sull'Orologio una sorta di effetto-Arlecchino, di cui Romanelli, Brusa e Gorla sono riusciti a rendersi singolari interpreti in una quanto meno interessante realizzazione-puzzle post-modena.
E' quasi superfluo far notare, infine, che, prefissatosi il ripristino dell'assetto ferraciniano, il lavoro eseguito, nel miscuglio ottenuto col portare il pendolo dal lato opposto e renderlo più corto della metà, ha cancellato anche la stratificazione settecentesca che voleva recuperare, insieme a quella ottocentesca che si era determinato a sopprimere.